Un comparto che ha elevate potenzialità dal punto di vista ambientale, ma che purtroppo nel nostro Paese si caratterizza per essere una ”filiera di nicchia”, non ancora adeguatamente sostenibile da un punto di vista economico. E’ il quadro relativo al settore della canapa delineato da Gianpaolo Grassi primo ricercatore del CREA (CI- Ceraelicoltura e colture industriali) di Rovigo che ha spiegato a Canale Energia come questa coltivazione possa offrire dei grandi vantaggi per il comparto agricolo, energetico, tessile ed edilizio, ma come, allo stesso tempo, incontri una serie di ostacoli in termini di attuazione di progetti concreti. Una situazione che rende il settore meno competitivo sia sui mercati internazionali, sia a livello nazionale rispetto ad altre filiere. 

Insieme al dott. Grassi abbiamo cercato di comprendere, da una parte, gli aspetti prettamente ambientali legati alla coltivazione della canapa (carbonfootprint, vantaggi in termini di riduzione dei pesticidi etc) e alle filiere produttive che sfruttano questa pianta (tessile, produzione di energia da biomassa, alimentare); dall’altra quelli di natura economica. Due piani che si compenetrano in maniera indissolubile e che bisognerebbe analizzare sempre in maniera integrata per accostarsi in maniera efficace al settore. 

Come si declina il binomio canapa – settore energetico ? Può darci qualche esempio concreto dei vantaggi e delle criticità dell’uso della canapa in quest’ambito ?

Dal punto di vista energetico l’uso della canapa ha delle enormi potenzialità. Alle stesso tempo però rimangono anche delle grandi criticità  di natura economica legate ai costi della filiera. Per quanto riguarda, ad esempio, l’uso di questa pianta come biomassa per produrre energia, il principale problema è legato al fatto che, da un lato, la coltivazione è limitata sul territorio, dall’altro non è abbastanza concentrata.  Per questo motivo non ci sono impianti e non si sfrutta la canapa in questo settore. 

Ci sono poi delle caratteristiche strutturali della pianta di canapa che la rendono più difficile da utilizzare rispetto ad esempio al trinciato di mais. La sua fibra è lunga, resistente e difficile da tagliare. Per questo la pianta fa fatica a essere digerita e in più tende ad avvolgersi alle componenti mobili dei macchinari. Questi sono alcuni dei motivi per cui al momento nel nostro Paese la canapa non trova nessun impiego in quest’ambito. 

In ambito prettamente agricolo invece quali possono essere i vantaggi della coltivazione della canapa? 

Uno dei vantaggi che contraddistingue la coltivazione della canapa è legato ad esempio alla bioremediation, ovvero alla capacità di contrastare la contaminazione dei metalli pesanti nei terreni. Anche in questo caso l’ostacolo è di natura economica. La canapa destinata a quest’uso andrebbe poi distrutta senza nessun valore aggiunto per l’agricoltore e attualmente nessun soggetto si prenderebbe l’onere di un investimento di questo tipo solo per un servizio di risanamento. C’è solo attualmente una sperimentazione all’Ilva di Taranto, ma ripeto sono iniziative sporadiche. L’unica via percorribile per rendere un processo di questo tipo economicamente sostenibile potrebbe essere, secondo me, quella di combinare più filiere: il risanamento del terreno con la produzione di biomassa e con l’impiego in bioedilizia. 

E in termini di riduzione della carbonfootprint?

Ci sono vantaggi anche da questo punto di vista, tuttavia va precisato che sono vantaggi indiretti. Mi spiego meglio: una delle caratteristiche indiscusse della canapa è quella di essere in grado di competere con le erbe infestanti. In sostanza ha una capacità, durante il suo processo di crescita, di sottrarre luce alle piante infestanti che crescono sotto di lei. In questo modo non richiede l’utilizzo di pesticidi e diserbanti. Da questo punto di vista è una coltivazione molto più sostenibile in termini di impatto ambientale rispetto ad esempio, al mais, alle patate o alla barbabietola da zucchero che richiedono invece l’impiego di queste sostanze chimiche la cui produzione influisce in modo rilevante sulle emissioni di CO2 e sul consumo di energia. Ci sono poi dei vantaggi anche dal punto di vista dell’impiego di acqua. La coltivazione della canapa richiede infatti una quantità di risorsa idrica minore rispetto alla barbabietola o alle patate. 

Soffermiamoci invece sul  settore tessile. La  produzione di tessuti in canapa è più vantaggiosa in termini di impatto ambientale rispetto a quella di altri tessuti?

Possiamo dire sicuramente che la produzione di tessuto in canapa ha lo stesso costo energetico di quella del lino. Il cotone ha invece un impatto superiore, perché richiede molti trattamenti chimici, molti più fertilizzanti e molta più energia. Naturalmente i tessuti che hanno in assoluto il maggiore impatto ambientale sono quelli sintetici (la loro produzione richiede molta chimica), mentre il lino e la canapa, che sono naturali, impattano molto meno. Sono simili da questo punto di vista. 

Più volte ha sottolineato le criticità in termini di sostenibilità economica del comparto della canapa. Come si declinano nello specifico gli ostacoli allo sviluppo del settore da questo punto di vista?

Nonostante la canapa sia un comparto con potenzialità incredibili, non è purtroppo sostenibile a livello economico attualmente in Italia. La situazione ottimale sarebbe quella di poter sfruttare in maniera efficace tutte le parti della pianta, riducendo anche, come dicevo prima, a integrare le diverse filiere (alimentare, tessile, edilizia ed energetica). Oggi i terreni destinati all’uso della canapa sono limitati nel nostro Paese e in più hanno una struttura a macchia di leopardo. Ciò fa sì che questa coltura non sia abbastanza concentrata per poter costituire un settore appetibile da un punto di vista economico: in un raggio di 100 km si trovano 10-20 ettari di questa coltivazione. Da ciò ben si comprende come questa situazione porti a una mancanza di interesse da parte degli operatori che non trovano le condizioni adeguate per investire nel settore.

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