La modalità con cui viene percepita dai mezzi di comunicazione l’attività di aziende che si occupano della gestione e del riciclo dei rifiuti e gli effetti di una cattiva reputazione sullo sviluppo delle attività di green economy. Sono questi i temi affrontati nello studio “Economia circolare e reputazione (sociale). Il circolo vizioso di cui nessuno parla”, realizzato da un team di ricercatori delle Università di Macerata e Ancona con il sostegno dell’azienda Orim (smaltimento e recupero rifiuti industriali) associata a FISE Assoambiente. La ricerca è stata presentata il 9 novembre durante Ecomondo, il principale evento fieristico nazionale sull’ambiente (Rimini, 7-10 novembre). 

Manca un adeguato riconoscimento reputazionale

Dallo studio emerge un quadro ossimorico: se, da una parte, “la gestione e il recupero dei rifiuti è ormai considerato a pieno titolo come attività centrale per la transizione verso una circolarità dei modelli produttivi ed economici”, dall’altra questo “ruolo strategico” non porta a un riconoscimento reputazionale da parte di media e opinione pubblica per le aziende destinatarie di “scarti” di produzione, che “sono invece spesso oggetto di critiche da parte di un’ampia gamma di stakeholder ‘non professionali’”.

Il ruolo dei mass-media

A questa situazione contribuiscono, secondo lo studio, i diversi mezzi di comunicazione, da quelli più tradizionali fino ai blog e ai social media, i quali proiettano sul settore dei rifiuti “una cattiva luce”I temi più ricorrenti che si trovato nei vari commenti sono infatti la preoccupazione dei cittadini sulla natura delle attività delle aziende, il relativo impatto ambientale e la mancanza di fiducia per le amministrazioni locali. In particolare, sottolinea la ricerca, non viene compresa nel dettaglio la reale natura dell’attività di gestione rifiuti e quindi non si riesce ad associare queste operazioni quotidiane a un corretto valore ambientale.

Il gap reputazionale, provocato dalla dissonanza fra la buona reputazione di cui godono le aziende di gestione rifiuti tra i propri stakeholder diretti (clienti e fornitori) e la cattiva reputazione presso le comunità e autorità del territorio – si legge in una nota – determina infatti significative ripercussioni sullo sviluppo dell’attività imprenditoriale, in diversi casi fermando addirittura la realizzazione di impianti di riciclo, con negative ripercussioni sul fronte ambientale e occupazionale”.

La ricerca”, commenta in nota Federica Simonetti, Ricercatrice del team che ha curato lo studio, “enfatizza la rilevanza di formulare una strategia di Corporate Social Responsibility che vada oltre il calcolo economico di breve periodo e che sia capace di aumentare la reputazione dell’azienda in maniera “trasversale” rispetto ai diversi stakeholder aziendali. Il gap reputazionale è dovuto al mancato riconoscimento di ‘esponente dell’economia circolare’, sia internamente che esternamente”.

La realizzazione di un modello efficiente di circular economy”, afferma nella nota il Direttore di FISE Assoambiente Elisabetta Perrotta, “passa anche e soprattutto da una corretta ed efficace comunicazione e informazione sulle attività di gestione dei rifiuti, in grado di intercettare e coinvolgere le comunità locali e l’opinione pubblica nazionale. È lo scenario per cui Associazioni di categoria e imprese del settore si stanno attrezzando, passando da una comunicazione diretta ‘verso’ il cittadino/utente a una ‘con’ il cittadino/utente che integri gli strumenti di comunicazione verso i media tradizionali con un dialogo costante attraverso i social media, con l’obiettivo di comprendere i bisogni della cittadinanza, coinvolgerla e sensibilizzarla sulle tematiche relative ai servizi ambientali”.

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