Le biotecnologie si stanno sviluppando sempre di più e trovano applicazione in tanti diversi settori fino a rappresentare un comparto in crescita di grande interesse per il posizionamento industriale e innovativo del italiano.

Qual è il contributo offerto alla bioeconomia e quali i possibili sviluppi futuri? Lo abbiamo chiesto a Giulia Gregori componente del Comitato di Presidenza Assobiotec Federchimica e Segretario Generale del Cluster tecnologico di Chimica Verde Spring.

“Le biotecnologie costituiscono il nucleo centrale della bioeconomia che aiuta ad una rigenerazione del territorio ed è in grado di contribuire a fornire una risposta alle grandi sfide globali rappresentate dal cambiamento climatico, dalla scarsità di risorse, dalle emissioni di gas serra o dalla crescente desertificazione dei suoli, indirizzando l’attuale modello di sviluppo lineare verso un approccio circolare, a basse emissioni di carbonio ed efficiente in termini di risorse, sempre più legate alle aree locali. Si tratta di un modello che già oggi crea ricchezza e nuovi posti di lavoro a partire dalle aree rurali e costiere”.

Dal vostro report “Le imprese di biotecnologie in Italia – Facts & Figures” si evince un importante sviluppo delle biotecnologie anche nella industria agricola, sia nella ottimizzazione della coltivazione che nella puntale gestione della crescita delle piante. E’ anche questo un elemento centrale dello sviluppo del comparto biotecnologico ?

Credo che il tema delle biotecnologie nel campo agricolo, così come l’abbiamo affrontato e vissuto negli ultimi vent’anni, appartenga ad un epoca lontanissima. Oggi il contributo del biotech può essere radicalmente diverso e molto importante. Grazie alla loro applicazione è possibile rendere più resistenti le varietà vegetali preservando la biodiversità, aumentare le produzioni senza estendere le superfici coltivate, ridurre i consumi di acqua in agricoltura e gli effetti delle aggressioni di parassiti e avversità ambientali, caratterizzare gli alimenti, garantendone attraverso l’impronta digitale genetica l’origine, la composizione, le caratteristiche reali, a salvaguardia del consumatore anche per quanto riguarda le contaminazioni… sono dunque tanti e preziosi i vantaggi offerti dalla tecnologie biotech allo sviluppo di questo settore. E certamente rappresentano una risorsa importante per affrontare le sfide per la sicurezza alimentare e per una nutrizione adeguata dal punto di vista qualitativo e nutrizionale a livello globale. La disponibilità di metodi avanzati di indagine genomica e la capacità di sequenziare/risequenziare l’intero genoma delle specie di interesse, insieme alla possibilità di intervenire con le tecniche precise di genome editing, hanno infatti aperto scenari estremamente promettenti per migliorare la produzione ed i prodotti (cibi e principi nutritivi) e rappresentano un’importante e strategica opportunità per lo sviluppo economico del Paese. 

La bioeconomia in Italia sta portando una importante crescita industriale e specializzando competenze, per cui siamo un’eccellenza nel settore. Ci possiamo aspettare che da questo comparto inizi una controtendenza di “cervelli in fuga” dal Paese?

Nella bioeconomia l’Italia, con 260 miliardi di euro di valore della produzione, è il terzo Paese in Europa dopo Germania e Francia. Si tratta di un metasettore molto importante che, proprio nel nostro Paese, ha saputo dare vita a modelli fortemente innovativi e sistemici, sostenibili e competitivi allo stesso tempo guardati con grande interesse a livello europeo (pensiamo ad esempio al concetto di bioraffineria integrata nel territorio, con filiere che partono dall’agricoltura e danno vita a prodotti innovativi capaci di trasformare i problemi ambientali in opportunità nato proprio nel nostro Paese).

L’Italia dall’aprile 2017 si è dotata di una Strategia nazionale sulla bioeconomia, puntando a un ruolo di primo piano nello scenario euro-mediterraneo con un obiettivo molto sfidante: arrivare a 300 milioni di euro di giro d’affari e a oltre 2 milioni di occupati entro il 2030. Un settore dunque innovativo che promette anche nuovi posti di lavoro per i nostri giovani.

Ci sono però delle necessità del settore di adeguamento normativo che ne impediscono un totale sviluppo del comparto, penso all’end of waste, state interloquendo su questo piano con gli organi di competenza?

La gestione dell’end of waste è fondamentale per realizzare concretamente l’economia circolare. Dobbiamo sempre più sviluppare nuove modalità di recupero e riciclo, sia dei rifiuti industriali sia dei rifiuti urbani. Ovviamente questo comporta anche lo sviluppo della pertinente normativa. Il settore industriale è impegnato a confrontarsi con il Ministero dell’Ambiente e con le Istituzioni Europee

Responsable Care, il programma volontario di promozione dello Sviluppo Sostenibile dell’Industria Chimica mondiale

Martedì 30 ottobre è stato presentato da Federchimica il 24° rapporto Responsable Care, un programma volontario di promozione dello Sviluppo Sostenibile dell’Industria Chimica mondiale, secondo valori e comportamenti orientati alla Sicurezza, alla Salute e all’Ambiente. 

Chiediamo a Gerardo Stillo, Presidente di Responsable Care, quali sono i principali risultati ottenuti dal settore?
Dalla 24esima edizione del Rapporto Responsable Care arrivano molte conferme: la chimica è un comparto di eccellenza nella sicurezza e nella salute dei dipendenti; è già in linea con gli obiettivi dell’Unione europea sui cambiamenti climatici al 2020 e al 2030; ha ridotto i gas serra del 61% e migliorato l’efficienza energetica del 55% rispetto al 1990. Rispetto a 30 anni fa, le emissioni in atmosfera ed effluenti negli scarichi idrici si sono drasticamente ridotti, rispettivamente del 95% e del 78%. Si tratta dunque di un settore fortemente impegnato a perseguire il nuovo modello dell’economia circolare, prevenendo per quanto possibile la produzione di rifiuti, di cui il riciclo è la prima modalità di smaltimento (24%), mentre alla discarica si ricorre solo nel 9% dei casi.

Print Friendly, PDF & Email