Gestione acque meteoriche. Il lavoro del Gruppo CAP per la resilienza idrica

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Recuperare il reticolo idrico minore realizzato per smaltire l’eccesso di acque meteoriche e l’innalzamento della falda costruito in larga parte nel Medioevo. È l’obiettivo congiunto di Gruppo CAP e Consorzio Est Ticino Villoresi che, con la collaborazione dell’Università Statale di Milano, hanno dato il via ad un progetto pilota per riattivare il sistema di rogge, canali e fontanili del reticolo idrico minore utile alla raccolta delle acque di pioggia, di falda e di scambio geotermico in eccesso.

Passiamo da periodi di prolungata siccità a fenomeni piovi intensi ci spiega Pier Carlo Anglese, Direttore Area Tecnica Gruppo Cap che provocano episodi di allagamento nella zona posta tra i bacini del Ticino e dell’Adda, i due affluenti del fiume Po. Area che ha vissuto una grande espansione urbana negli anni del secondo dopo guerra”. Questa trasformazione ha reso gran parte dell’area “un grande parcheggio”: il terreno è quasi del tutto impermeabilizzato e l’acqua corre lungo questi corridoi scivolosi al posto di essere assorbita dalla terra.  “Lo stesso volume d’acqua ha tempo di corrivazione più rapido. Per questo si hanno fenomeni di esondazione”.

Il problema è in profondità: “Le fognature raccolgono sia acque bianche che nere e sono state progettate molti anni fa sulla base di un parametro: il tempo di ritorno. Questo concetto di tipo statistico andrebbe modificato: per effetti legati al clima e all’urbanistica i tempi di ritorno si sono abbassati”. Dunque la rete fognaria tende a ricevere un esubero di acque e determina un’inversione di tendenza: “il livello delle acque del bacino è più basso del livello di sforo della fognatura ed il corso d’acqua diventa il ricevente di quest’ultimo”. Forte la necessità di ristrutturare il reticolo idrico esistente per convogliarvi le acque meteoriche in alternativa al sistema delle vasche volano.

Secondo punto delicato: l’innalzamento dell’acqua di falda. “I binari della linea metropolitana 2 di Milano sono lambiti dall’acqua di falda perché si sta innalzando. Anche gli ultimi piani dei parcheggi sotterranei sono invasi”. Anche in questo caso, la realizzazione di un fitto reticolo idrico potrebbe essere la soluzione “per vettoriare le acque di falda e mettere al riparto la rete infrastrutturale dei trasporti. Essendo pulite queste acque possono essere adoperate in agricoltura”. Non da ultimo, un problema sottotraccia: “Siamo in una tenaglia. Molti grandi edifici della città di Milano usano l’energia geotermica per il raffreddamento/riscaldamento degli ambienti. L’acqua prelevata dal terreno, in alcuni casi, non può essere ripompata in falda, ma viene convogliata nelle fognature sovraccaricandole. Eppure è un’acqua pulita”.

Questa situazione ha spronato gli attori sopracitati ad avviare una prima fase di ricerca (che durerà un anno e dovrebbe terminare entro l’autunno 2016) per studiare “i canali naturali e artificiali che si sono naturalizzati nel tempo” e avviare un processo di analisi dell’investimento e di riqualificazione con le più adeguate tecnologie di ingegneria idraulica e ambientale. Azioni coordinate nell’ottica della più ampia resilienza idrica: “Siamo i primi a condurre uno studio su un’area così vasta. I risultati potrebbero essere applicati anche in altri territori e sappiamo che sistemi idrici smart sono stati già impostati in Germania e in Olanda”.

Il recupero dei reticoli idrici ha anche la valenza di recupero ambientale del territorio lombardo: “L’acqua non osserva i confini amministrativi e abbiamo impostato lo studio su una vasta area proprio perché è impossibile circoscrivere il problema. Per questo è stato importante il coinvolgimento della Facoltà di Agraria dell’Università di Milano”.

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