COP 21, la strada verso la sostenibilità passa per Parigi

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A pochi giorni dal via del incontro internazionale dedicato all’accordo sugli obiettivi per l’ambiente e la sostenibilità ripercorriamo con l’Ing. Natale Massimo Caminiti Head of Mitigation and Adaptation on Climate Change Service Technical Unit & Environmental Modeling dell’ENEA, l’ente che per l’Italia è  “focal point” per il traferimento delle informazioni scientifiche in ricerca e innovazione e come le nazioni sono arrivate a discutere di COP 21 e quali sono i maggiori obiettivi a riguardo.

Cop 21 rappresenta l’appuntamento in cui gli Stati cercheranno di raggiungere un accordo sul clima, rispetto alla precedente edizione, cosa ci fa pensare che questa volta si ottengano dei risultati più soddisfacenti?

Il tentativo di raggiungere un accordo, nasce nell’incontro di Durban del 2011, dove viene lanciato un nuovo percorso di negoziazione all’interno della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici.

Il percorso prevede un metodo diverso da quello seguito per il protocollo di Kyoto. A Kyoto, nel 1997, si è adottato un Protocollo, accordo legalmente vincolante, con obiettivi di riduzione di gas serra solo per i Paesi Sviluppati. In base al principio delle responsabilità comuni, ma differenziate. Si era individuando nei Paesi Sviluppati la responsabilità storica delle emissioni in atmosfera. La scelta dello strumento legalmente vincolante, che presuppone per entrare in vigore la ratifica da parte degli stati, ha comportato la non adesione di paesi importanti come gli USA e la poi rinuncia da parte di altri come il Canada con un coinvolgimento effettivo di 20 Paesi di cui 15 Unione Europea.

Oggi la situazione è diversa oltre ai paesi sviluppati ci sono nuovi paesi emergenti come la Cina, Brasile, Sud Africa, India e altri che hanno raggiunto livelli di emissioni di gas serra elevati. In particolare ad esempio la Cina ha superato come livello di emissioni gli Stati Uniti divenendo il primo paese emettitore al mondo.

Il metodo concordato a Durban prevede il raggiungimento di un accordo che può essere legalmente vincolante, ma può assumere forme meno impegnative, tali da permettere di evitare il passaggio difficile della ratifica nazionale, con il rischio di essere magari adottato ma non entrare realmente in vigore. L’altro punto concordato a Durban e quello di proporre ai vari stati di indicare, su base volontaria, quali possono essere i loro impegni (Intended Nationally Determined Contributions – INDCs) e puntare su un meccanismo rigoroso di monitoraggio, verifica e controllo della loro effettiva attuazione. Ad Oggi sono oltre 160 i Paesi che hanno inviato i loro contributi, tra cui paesi molto importanti come USA, Cina, Brasile, India Sud Africa e altri. Si tratta di contributi molto diversi tra loro. Impegni di riduzione delle emissioni assoluti, come per Europa e USA, inversione del picco delle emissioni al 2030 nel caso della Cina, impegni di riduzione rispetto a uno scenario tendenziale per altri. Per molti altri paesi, per lo più in via di sviluppo, siamo in presenza di azioni e iniziative da intraprendere.

La scelta di questo approccio se da un lato realisticamente può facilitare il raggiungimento di un accordo dall’altro rischia di diminuirne l’efficacia.


Da dove partiamo e quali sono le sfide più significative ?

Un punto importante su cui convergere a Parigi, che non può essere negoziabile, è assumere obiettivi e impegni coerenti con le evidenze scientifiche. Il livello di aumento di temperatura, rispetto ai livelli preindustriali, non può superare i 2 °C, la concentrazione dei gas serra in atmosfera deve essere stabilizzata a livelli inferiori ai 450 ppm, le emissioni di gas serra devono essere dimezzate intorno al 2050 per azzerarsi alla fine del secolo. Quanto sotto i 2 °C? Molti Paesi puntano su 2 °C, ma molti altri, quali paesi in via di sviluppo e soprattutto le piccole isole stato, per ridurre il rischio di essere sommersi dall’oceano, puntano a livelli inferiori di 1-1,5 °C. Risulta inoltre importante capire quanto gli impegni di riduzione delle emissioni indicati dai vari stati permettono di rimanere sotto la traiettoria dei 2 gradi. Ad oggi gli impegni indicati complessivamente non garantiscono questo percorso e quindi risulta importante capire chi e quanto si deve impegnare di più. Un altro punto importante è quello di individuare un percorso con degli obiettivi di riduzione e scadenze temporali intermedi precisi.

 

Vedi anche lo speciale di e7 n°100 su COP21

 

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Agnese Cecchini

Giornalista, video maker, sviluppo format su più mezzi (se in contemporanea meglio). Si occupa di energia dal 2009, mantenendo sempre vivi i suoi interessi che navigano tra cinema, fotografia, marketing, viaggi e… buona cucina. Direttore di Canale Energia; e7, il settimanale di QE e direttore editoriale del Gruppo Italia Energia.