Carbon footprint: a Gemona ripartono i lavori con l’Università di Udine

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Ogni attività umana produce una impronta di carbonio, ovvero immette in aria una serie di gas (tra cui CO2, CH4 Perfluorocarburi PFCs) che hanno effetti negativi sulla salute delle persone e dell’ambiente.

Nello specifico, l’impronta carbonica può essere di prodotto (quanti gr di CO2 equivalente si emettono, ad esempio, per produrre 1l di latte, 1l di vino, 1 kg di carta, etc); d’impresa; personale; o di una nazione (quest’ultima viene presentata nei report che ogni anno gli stati portano alla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici).

Tutte queste “impronte” vengono usate per stimare la compatibilità delle attività umane rispetto ai cambiamenti climatici. Manca, però, uno standard in grado di studiare le emissioni di una specifica area territoriale.

È su questo tema che, ormai da tre anni, sta lavorando la città di Gemona del Friuli. Nel 2013 il Comune ha siglato due protocolli d’intesa volontari: “Il primo è relativo alla Carbon FootPrint e ha avuto una sorte tormentata – ci spiega l’Ing. Renato Pesamosca, Responsabile del Settore Tecnico Infrastrutture, Lavori Pubblici ed Ambiente del Comune – . È stato sottoscritto con l’ex Ministro dell’Ambiente Corrado Clini e avrebbe dovuto poggiare su una collaborazione biunivoca tra il Ministero e il Comune utile ad elaborare una procedura standardizzata per la misura dell’impronta carbonica del territorio”. Il secondo, siglato pochi mesi dopo, ha riguardato la “Water Foot Print per un’analisi sull’approvvigionamento dell’acqua, sulle modalità per il risparmio e sul riciclo delle quote parti”. Di quest’ultimo progetto si sa ancora poco circa tempi e attività di svolgimento dei lavori. Certa è la partecipazione dei comprimari nella gestione delle acque: il Consorzio di Bonifica Ledra Tagliamento del Friuli (che gestisce gli approvvigionamenti per gli usi primari) e il Consorzio Acquedotto Friuli Centrale titolare della gestione del ciclo idrico integrale (gestione acquedotto, fognatura e depurazione).

Il lavoro per la carbon footprint è iniziato con la somministrazione di 150 questionari a scuole, famiglie, attività produttive iscritte alla Camera di Commercio e pubbliche amministrazioni. Purtroppo ha subito una battuta d’arresto a causa delle vicende giudiziarie che hanno coinvolto l’ex Ministro, ma l’Amministrazione “è stata sempre convinta del valore della strada intrapresa e continua a rimarcare la volontà di mantenere una leadership – continua Pesamosca -. Nell’arco degli ultimi anni abbiamo promosso una serie di incontri con associazioni, scuole e realtà produttive”. Un’ulteriore conferma è arrivata dall’attuale Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti: “Il Ministero offrirà supporto a carattere scientifico e appoggerà il lavoro congiunto del Comune e dell’Università degli studi di Udine”.

Infatti Gemona vuole realizzare un modello che sia “una ‘buona pratica’ che il Ministero divulgherà a livello nazionale” e lo farà elaborando le informazioni raccolte attraverso i questionari assieme ad “altri dati oggetto di rilievo da parte dell’Università e oggetto di raccolta da Arpa Friuli Venezia Giulia”, in modo da disporre di “una sorta di sommatoria di CO2 con cui indirizzare le azioni del Comune a livello locale (che possono riguardare il contenimento del fabbisogno energetico degli edifici, il piano del traffico, l’uso di veicoli elettrici e l’installazione delle colonnine per la ricarica)”.

Il modello sarà messo a punto dal Professore Alessandro Peressotti, Dipartimento di Scienze agroalimentari, ambientali e animali dell’Università di Udine: si attende a breve la firma della convenzione tra i due enti per avviare la collaborazione.

Lavoreremo in collaborazione con il World Reserach Institute che sta elaborando una serie di protocolli utili per la stima dell’impronta carbonica di un territorio – ci spiega il Prof. Peressotti –. Sono coinvolte circa 200 città del mondo in questo progetto e l’unica italiana è Gemona”. È in questo scenario che si svilupperà il modello, detto GHG Protocol for cities, che terrà conto sia delle emissioni dirette, relative alle singole attività di un territorio, sia di quelle indirette: “Ad esempio, quando accendo una lampadina c’è una centrale termoelettrica o un impianto a fonti rinnovabili che emette gas climalteranti”.

Accanto a questa fonte di dati “vogliamo affiancare una metodologia che si basa su input/output: dai dati che riguardano l’economia, le bollette e gli scambi commerciali su un territorio vogliamo produrre informazioni sulle emissioni specifiche di ciascun prodotto – continua Peressotti -. In questo modo possiamo adoperare l’indicatore differenziale prodotto per misurare nel tempo il miglioramento o il peggioramento della qualità dell’aria”.

Ad oggi l’Università ha fatto solo delle stime preliminari per individuare quali sono le emissioni dirette e indirette sul territorio provocate del consumo di energia elettrica (Scopus 1). Mancano quelle relative al trasporto di prodotti o rifiuti (Scopus 3). Le stime si basano sull’INventario EMissioni ARia (INEMAR), sui dati ISTAT per quanto riguarda il consumo energetico e sui coefficienti dell’ISPRA per le emissioni. “Per ora possiamo dire che il Comune di Gemona si colloca nella media delle emissioni pro-capite per abitante e che il contributo delle diverse sorgenti emissive è così distribuito: 7% agricoltura, 26% trasporti, 44% consumo di energia elettrica e 20% riscaldamento domestico”.

Come spiegato dal Professore, l’obiettivo è consegnare entro un anno il draft della metodologia già validato in modo che il Comune possa valutarla insieme con il Ministero dell’Ambiente. In questo modo potrà essere certificata nel febbraio 2018.

Così facendo, tra un paio d’anni, “lo uno strumento, assieme ad altri, potrà aiutare le autorità ad orientare le proprie decisioni per quanto riguarda il Piano Regolatore Generale. Vogliamo sviluppare un protocollo che misuri efficacemente le attività politiche in tema di sostenibilità”.

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