L’efficienza energetica 4.0 nella spirale della quarta rivoluzione industriale

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Le nuove frontiere dell’energy management? Sono fissate dall‘industria 4.0 nata dalle trame di una maglia imprenditoriale sempre più automatizzata e connessa. Più che monitorare diventa importante attribuire un valore al dato raccolto; più che efficientare serve individuare e mantenere un percorso di efficienza nel tempo; più che ricorrere a strumenti incentivanti bisogna puntare a interventi in grado di autosostenersi.

Il rapporto McKinsey Industry 4.0 (giugno 2015) evidenzia l’impatto delle nuove tecnologie nell’ambito di quattro direttrici di sviluppo: l’utilizzo dei dati che si declina nell’IoT; l’advanced analytics, ovvero l’estrazione del valore del dato (finora solo l’1% delle informazioni raccolte viene usato dalle imprese per la competitività delle medesime imprese); le human machine interfaces, interfacce sempre più “touch”; e la digital-to-physical-transfer, come la stampa in 3D”.

Armando Portoraro di Trigenia introduce così i temi al centro del convegno “Energy 4.0, l’innovazione digitale vettore della trasformazione energetica delle aziende”, organizzato il 27 settembre a Torino, presso la sede dell’Agenzia spaziale italiana, dalla ESCo in collaborazione con Schneider Electric.

Questi obiettivi aderiscono ai futuri megatrend globali: “urbanizzazione, digitalizzazione e industrializzazione – come spiega Gio Batta Landolfa, Energy Efficiency Business DevelopmentEntro il 2050 circa 2.5 bilioni di persone abiteranno le città (che già oggi sono congestionate e poco vivibili) e il consumo di energia aumenterà del 50% (la parte industriale peserà per il 30% del totale). Inoltre, entro il 2020 saranno connessi circa 20 bilioni di dispositivi”.

Occorre puntare sulla razionalizzazione dei consumi per alimentare quella che ormai viene definita l’industria 4.0: “Anche nel settore dell’energia assisteremo sempre di più alla digitalizzazione e allo scambio delle informazioni – prosegue Portoraro – ma da subito bisognerà individuare un percorso propedeutico al monitoraggio delle informazioni in grado di ripagare gli investimenti iniziali”.

E la costruzione di un’architettura di sistema efficiente sarà la naturale conseguenza di questo percorso: “Ringraziamo chi ha reso obbligatoria la diagnosi energetica perché consentirà di fare efficienza a livello di Sistema Paese – rimarca Portoraro – Vediamola come un’opportunità e non tappezziamo tutta l’impresa di sensori, ma seguiamo un percorso: individuazione dell’area energivora, scelta oculata degli investimenti e confronto risparmi reali con valori target predefiniti per ottenere una smart factory di valore aggiunto”.

Concorde Michele Santovito, AssoEGE: “La tecnologia non basta, occorre saper usare gli strumenti di monitoraggio dei consumi da cui bisogna estrarre le informazioni utili”. E sull’obbligo di diagnosi: “Ha aiutato a rompere il muro della diffidenza eretto da alcuni decisori aziendali”.

Sul comportamento di energivori e grandi aziende qualche anticipazione l’ha data Silvia Ferrari dell’ENEA: “Le imprese che hanno consegnato le diagnosi appartengono principalmente al settore manifatturiero (plastica, metallo, etc); maggiore adesione è arrivata da quelle che hanno sede in Lombardia (il Piemonte è al quarto posto e rispecchia l’andamento del Paese)”. Numerosi gli assenti, anche se “molti erano all’interno della clusterizzazione, alcuni hanno inviato una documentazione lacunosa o hanno sbagliato a digitare la propria partita IVA”. Le diagnosi più carenti? “Quelle fatte sui siti poco significativi a livello di consumi”.

Di seguito il video commento di Stefano Nozzi, Schneider Electric e di Armando Portoraro, Trigenia.

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Ivonne Carpinelli
Giornalista con la passione per l'ambiente e l'energia lavoro con Gruppo Italia Energia dal 2014. Mi occupo anche di mobilità dolce e alternativa, nuove costruzioni, economia circolare, arte e moda sostenibile. Esperta nella gestione dei social network e nel montaggio video non esco mai senza penna, taccuino e... smartphone.