Realizzare un impianto innovativo ma non poterlo utilizzare. Questo può accadere per la mancanza (ancora) di una normativa adatta al settore, garanzia di competitività per l’imprenditoria italiana.

Facciamo un passo indietro. Il consorzio ECO-PV ha vinto il bando ENEA per sviluppare e realizzare un impianto finalizzato al recupero delle materie prime seconde dai moduli fotovoltaici nell’arco di 24 mesi così distinti: Fase I di sviluppo e test e Fase II di scale up. L’impianto dovrebbe trattare almeno il 50% dei pannelli oggi gestiti dal Consorzio e costare 100.000 euro con un finanziamento al 50% dell’ENEA, come previsto dal Programma di Proof of Concept. Ma “questo poco ci importa”, commenta il General Manager Attilio De Simone, perché l’obiettivo è di realizzare l’impianto “al quale stiamo lavorando da un anno sempre con l’Enea, con cui avevamo siglato un altro accordo che ora cesserà”. De Simone fa percepire una certa urgenza: “Di questo impianto c’è bisogno considerato che entro il 2032 (al massimo) dovranno essere dismessi circa 90 mln di moduli, equivalenti a un minimo di 10 GW di capacità produttiva, e si creeranno colli di bottiglia che andranno gestiti”.

Oggi si parla molto di revamping e repowering degli impianti, “noi già lavoriamo con manutentori e stakeholder ai quali abbiamo fornito un sito che, basandosi sui dati dello specifico business, aiuta a definire la convenienza della riqualificazione”. Però in Italia “il recupero del pannello, per l’operatore che si muove nel rispetto della legge, non conviene: la forbice tra il prezzo del pannello nuovo e quello recuperato a norma di legge, ri-targettato come CE, continua a restringersi dato il decremento del prezzo del pannello. Senza dimenticare che il modulo nuovo è più performante”. Non conviene, quindi, seguire la procedura e riqualificare il pannello, contando poi che le previsioni sulla decadenza nominale annua – tra il 2 e il 5% con un degrado minimo del 20% in 10 anni – sono state disattese. “Anche considerando economie di scala maggiori abbiamo costi tecnici che non potranno diminuire. La strada migliore è quella del recupero delle materie prime”. Vista anche la scarsità di materie vergini nel Paese.

La struttura dovrebbe sorgere al Nord o al Centro Sud, ci anticipa De Simone, la scelta è a un bivio: “Stiamo vagliando due strategie di pensiero: essere vicini all’impianto di trattamento al Nord, l’utente finale, o essere prossimi ai pannelli al Centro Sud, così da abbattere i costi maggiori legati al trasporto?”.

In sostanza, l’impianto prevede l’installazione di un insieme di macchinari esistenti e consolidati (che sono in fase di acquisto) che lavoreranno secondo un processo innovativo, di cui l’AD non può anticiparci nulla. Unico “indizio” è questo: “Partiamo dal recupero del vetro di ottima qualità impiegato nei pannelli, che ammonta ad almeno il 75% del peso, per produrre vetro di altrettanta qualità”. Una ‘logica del peso’ ma anche ‘di convenienza’, perché è il materiale che costa meno riciclare: alla fine acquistare una materia prima seconda e non una materia prima vergine deve convenire e deve esserci garanzia di qualità. “Senza però dimenticare gli altri materiali: silicio, alluminio ed EVA (il materiale collante) e poi rame e argento: l’obiettivo è il recupero al 100% del pannello”.

Il processo, applicabile a qualsiasi tipo di modulo, garantisce l’AD, “non prevede l’uso di inquinanti: il trattamento chimico sarà l’extrema ratio”. Così che “l’iter di valutazione e autorizzazione ambientale non sia lungo”. Anche perché si parla di economia circolare e fonti rinnovabili: “Il nostro obiettivo è sviluppare un sistema sostenibile e ambientalmente compatibile”.

Al momento i pannelli a fine vita vengono, come da normativa, triturati, “almeno è ciò che fanno gli operatori onesti”, precisa De Simone. In questo lavoro sulla filiera, partito l’anno scorso con un altro contratto siglato con l’Enea sulle stesse tematiche, “abbiamo seguito una strada completamente differente rispetto quelle finora percorse”. E, soprattutto, “abbiamo già investito nel nostro progetto, poi si è creata l’opportunità del bando poche settimane fa”.

Per la riuscita del progetto mancano dei tasselli. “Per noi sarebbe fondamentale l’istituzione di una borsa di materie prime seconde – prosegue il General Manager – che tanti anni fa era stata fatta in Italia su base volontaria”. Da rimarcare che, un mercato delle materie prime seconde, non esiste. E che manca la normativa e il decreto End of Waste che stabilisca cosa è rifiuto e cosa non lo è. “E’ previsto che ci interfacceremo con le istituzioni e faremo delle proposte”, conclude De Simone. Perché non sia mai che poi ci si rivolga al mercato estero. “Sarebbe illogico”.

Leggi l’approfondimento su e7, parte dello speciale realizzato in collaborazione con l’Enea: Il paradosso normativo della circular economy

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