L’introduzione di una normativa specifica relativa al funzionamento degli impianti di dissalazione, con particolare riferimento allo scarico di salamoia direttamente in mare e ai danni ambientali causati da questa procedura. E’ questo l’elemento chiave su cui bisogna intervenire per far sì che si possa valutare l’applicazione della dissalazione dell’acqua marina nella gestione della crisi idrica del nostro Paese, un fenomeno legato a doppio filo agli effetti del cambiamento climatico. All’argomento è stato dedicato lo scorso 9 novembre un convegno promosso dall’Associazione Marevivo, l’Associazione Nazionale Comuni e Isole minori (ANCIM) e Idroambiente srl e moderato dall’avvocato Antonio Cavallo che ha approfondito alcuni aspetti della questione con la nostra testata. 

Può fornirci un quadro, a livello normativo, delle criticità in tema di impatto ambientale degli impianti di dissalazione?

Le criticità in tema di dissalazione di acqua marina sono essenzialmente tre: la prima consiste nel fatto che lo scarico della salamoia, ovvero il refluo della produzione dell’impianto, non è normato. Mi spiego meglio: nel Codice dell’Ambiente, decreto Lgs 152/2006, non vi sono limiti allo scarico della salamoia, per questo motivo è possibile  scaricare questa sostanza in quantità industriali. Parliamo per ogni impianto di centinaia di migliaia di metri cubi all’anno.  Per ogni metro cubo di acqua potabile prodotto, l’impianto dissalatore scarica in mare 1 metro cubo al 60/70% di sostanza reflua. Ciò vuol dire che, per ogni litro d’acqua che si consuma sulla terra, più di 1 litro e mezzo va in mare come salamoia, con una percentuale di sale doppia rispetto a quella originaria. In questo modo si creano degli scompensi tra gli ecosistemi presente nelle zone di scarico, sia alla fauna sia alla flora.

La seconda è il fatto che gli impianti dissalatori non rientrano tra i progetti da sottoporre a valutazione di impatto ambientale prima di entrare in funzione. Questa è un chiarissimo vuoto normativo che va colmato.

La terza è che non vi è un espresso divieto di scaricare in mare, oltre alla salamoia, anche i prodotti chimici, spesso molto pericolosi per l’ambiente, adoperati negli impianti nel processo di dissalazione.

Sostanzialmente le questioni sotto il profilo giuridico sono queste: il codice dell’ambiente andrebbe sicuramente aggiornato ai nuovi risultati scientifici ottenuti dai vari gruppi di ricerca che hanno accertato il danno all’ambiente prodotto dallo scarico dai dissalatori.

Quali sono a suo avviso gli ambiti prioritari di intervento per affrontare in modo efficace una situazione di questo tipo?

Secondo me è fondamentale stabilire un limite allo scarico di salamoia per tutti i territori: sia quelli costieri sia quelli delle isole minori. Nello specifico è necessario prevedere che, in una zona di scarico nel raggio di 20, 30 o 40 metri, la salamoia non debba provocare un aumento della salinità delle acque di mare superiore del 10% rispetto alla salinità originaria.

Oltre a questo bisognerebbe prevedere l’obbligo, prima di installare i dissalatori, di effettuare una valutazione di impatto ambientale  e un’analisi del rapporto costo/benefici. I dissalatori vengono infatti spesso progettati per isole piccolissime, dove a ben vedere non vale la pena installare questo tipo di impianti.

Qual è il suo giudizio sulle potenzialità della dissalazione dell’acqua come strumento per affrontare la crisi idrica?

Ad oggi i costi ambientali, a mio avviso, sono superiori ai benefici che i dissalatori producono. Tuttavia, se viene fatta una normativa più stringente sotto il profilo dello scarico e un’analisi del rapporto costi/benefici sui territori costieri, gli impianti dissalatori possono aiutare a rinvenire ulteriori fonti di approvvigionamento idrico. Sulle isole minori, se queste strutture fossero progettate correttamente, potrebbero aiutare.

Mi riferisco nello specifico all’uso di tubazioni di scarico molto lunghe che scarichino salamoia a mare in zone dove non è presente la Posidonia (ovvero ad una profondità superiore ai 40 metri di batimetria), e al divieto espresso di scaricare in mare i prodotti chimici. Naturalmente il costo dell’acqua ne risentirebbe, ma vanno considerati, dall’altra parte, tutti i costi ambientali per la collettività legati al ripristino dei danni che lo scarico indiscriminato oggi produce.

Le sollecitazioni che il mondo universitario, quello delle imprese  e quello delle amministrazioni locali stanno portando all’attenzione del Ministero dell’ambiente e del legislatore ad oggi non sono state ancora recepite, ma auspichiamo che quanto prima ci sia un intervento normativo per colmare questa lacuna.

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