Filiera agricola green, una proposta dal Veneto

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L’impatto ambientale del comparto agricolo tocca diversi aspetti della filiera industriale: dalle materie prime impiegate ai macchinari. In quest’ottica più volte è stato effettuato un richiamo sulla importanza di circondare l’ambiente agricolo di infrastrutture a basso impatto. Ecco che trattori elettrici e impianti di riscaldamento per serre a basse emissioni diventano sempre più centrali nella filiera agricola. A tal fine un esempio viene dalla Regione Veneto che ha visto con il progetto “FLOROBASCO – Analisi di filiere alternative per il settore florovivaistico mirate a ridurre gli inquinanti e produrre energia rinnovabile” promuovere attività di studio, ricerca e sperimentazione finalizzate all’innovazione ambientale ecocompatibile in agricoltura, finanziato dalla Regione, Sezione Agroambiente.

“L’idea è congiungere alle esigenze del riscaldamento delle serre l’installazione di una ipotetica caldaia a biomasse”, chiarisce a Canale Energia Marco Capelli di Florveneto. “Verificando quale può essere il punto di convenienza per decidere di convertire la produzione del calore con il cippato”. La valutazione nasce dalla possibilità per l’azienda agricola di produrre internamente cippato sui propri terreni o nelle zone limitrofe. Il progetto ha quindi previsto una fase di analisi, appena conclusa, condotta dall’Aiel, Associazione italiana energie agroforestali. “Abbiamo preso a campione dieci aziende locali di diverse dimensioni ed esigenze”, spiega Massimo Negrin, Referente gruppo produttori professionali biomasse Aiel, considerati gli attuali costi del cippato -a km0- e del petrolio -su scala globale- per un uso di almeno 1.400 ore all’anno, abbiamo valutato come soglia di investimento impianti superiori ai 150-500kW”.

Considerato inoltre l’impatto ambientale sulla esternalità dei costi complessivi, il petrolio con la sua filiera globale risulta avere un peso maggiore per l’ambiente rispetto al cippato nella filiera locale. La convenienza quindi dipende dalle ore di uso effettivo e dalla potenza degli impianti.

Per strutture piccole, alimentate a metano, non conviene effettuare una sostituzione neanche valutando gli incentivi, mentre già dai 150 kW riscontriamo un rientro dell’investimento in 5-6 anni. Più aumentiamo le potenze e il numero di ore annue di utilizzo, maggiori sono gli indici economici di rendimento e di tempo di ritorno. Altra variabile è rappresentata dall’efficienza dell’impianto di diffusione e mantenimento del riscaldamento. “Tale valore è indicativo –continua Negrin – abbiamo tenuto come variabili fisse il costo sul mercato delle risorse energetiche e le ore di utilizzo per potenza, ma di fatto ogni impianto va valutato attentamente nel suo complesso”.

Sotto il profilo delle emissioni di particolato e altre sostanze è centrale nella valutazione non solo la fonte energetica ma anche lo stato di manutenzione e la tecnologia impiegata: “Con la giusta combinazione tra macchina e combustibile si possono raggiungere livelli anche sotto i 10mg di particolato a metro cubo, mentre per strutture sotto i 500kW è necessario usare combustibile con tecnologia standard a1 o a2 che permette di raggiungere livelli di emissione certificati”.

Insomma le possibilità per inquinare meno mentre si produce ci sono, ma vanno valutate attentamente in base a tecnologie e impatto economico complessivo. Va ricordato che gli incentivi previsti sono assegnati: è il caso di caldaie dotate di impianti con performance superiori ai limiti previsti dalla legge.

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Agnese Cecchini
Giornalista, video maker, sviluppo format su più mezzi (se in contemporanea meglio). Si occupa di energia dal 2009, mantenendo sempre vivi i suoi interessi che navigano tra cinema, fotografia, marketing, viaggi e... buona cucina. Direttore di Canale Energia; e7, il settimanale di QE e direttore editoriale del Gruppo Italia Energia.