lo spreco alimentareNel mondo si spreca troppo cibo. Un aspetto che, oltre al valore etico, tocca in modo sensibile l’ambiente: 660 kcal/procapite/giorno per un valore di circa 700 miliardi di euro secondo i dati FAO.

Un dato che corrisponde a oltre il 7% delle emissioni di gas serra totali (per circa 3,3 miliardi di tonnellate di anidride carbonica), nel 2016 pari a 51.9 miliardi di tonnellate di CO2. In pratica se fosse uno Stato sarebbe il terzo dopo Cina e Usa per emissioni di gas serra.

Il rapporto Ispra sullo spreco alimentare parla chiaro: “L’impronta ecologica dello spreco incide sul deficit di biocapacità (ossia la capacità potenziale di erogazione di servizi naturali) per più del 58% globalmente, del 30% nell’area del Mediterraneo e del 18% in Italia, dove da solo impiega più del 50% della biocapacità del Paese”.

Gli studi italiani mostrano uno spreco convenzionale complessivo che va da 5,6 a 9,6 Mt, non considerando i rigetti in mare, la sovralimentazione, l’approvvigionamento e la conversione degli allevamenti.

Se fosse una nazione, lo spreco alimentare sarebbe al terzo posto dopo Cina e USA nella classifica degli Stati emettitori

La sovralimentazione media rappresenterebbe circa il 15% del consumo mentre si stima che lo spreco alimentare causi l’emissione annua di 24,5 Mt di CO2, corrispondente ad almeno il 3% circa del consumo di energia.

La quantità di acqua dolce (“blu”) che è stata sprecata in Italia nel 2012 a causa del cibo inutilizzato o gettato è pari a circa 1,2 miliardi di m3. Allo spreco alimentare italiano si associa l’immissione totale di 228.900 t di azoto reattivo.

Chi e come si spreca il cibo

Non è semplice valutare i consumi e gli sprechi italiani. Il rapporto Ispra compara diversi studi.

Ad esempio l’indagine Waste watcher 2017 considera che gli sprechi domestici sono causati dall’eccesso di acquisti o di offerte confermando la prevalenza tra le cause di spreco domestico dei modelli culturali ed economici fondati sulla sovrabbondanza di offerta e consumo tipici dei sistemi agroalimentari industriali nei paesi sviluppati.

Una luce di speranza arriva dal Politecnico di Milano che stima lo spreco in diminuzione del 7% tra il 2011 e il 2014. La valutazione del polo universitario identifica gli sprechi per il 43% a carico dei consumatori, il 13% della distribuzione, il 4% ristorazione e il 37% della produzione primaria.

In confronto ai dati FAO, però, sembrerebbe trattarsi di una sottostima. Secondo FAOSTAT al 2015 l’Italia vede una fornitura al consumo in discesa, pari a 3.520 kcal/procapite/giorno. Lo spreco comprendente la sovralimentazione poteva quindi essere nel 2015 di circa 1.400 kcal/procapite/giorno. Ad oggi l’Ispra ipotizza una perdita netta di calorie per la produzione di derivati animali alimentando allevamenti con raccolti edibili (con la stessa inefficienza europea del 77%, senza contare i foraggi edibili) di circa 2.400 kcal/procapite/giorno.

Ciò significherebbe che in Italia almeno il 60% circa in energia alimentare della produzione primaria edibile destinata direttamente o indirettamente all’uomo potrebbe essere sprecata (al netto di importazioni, esportazioni e variazioni di riserve).

Confronto approssimato su spreco alimentare ed efficienza ecologica tra diversi sistemi alimentari

Quale impatto ambientale degli allevamenti animali sulla filiera alimentare italiana

L’inefficienza degli allevamenti animali rappresenterebbe fino al 62% degli sprechi in Italia. Infine andrebbero valutate anche: le “non rese” e le perdite edibili precedenti i prelievi, le perdite nei prelievi per gli allevamenti, i foraggi e gli usi non alimentari.

Dati disponibili approssimati sullo spreco alimentare e i suoi effetti (esclusi effetti associati a “non rese”, perdite prima dei prelievi, sovralimentazione, usi per allevamento e non alimentari, foraggi)

Un obiettivo per la sostenibilità ambientale

Secondo il rapporto Ispra gli sprechi alimentari vanno ridotti orientativamente ad almeno un terzo dagli attuali livelli su scala globale e di almeno un quarto per quanto riguarda Europa e Italia.

“Un obiettivo minimo”, conclude il rapporto, “potrebbe essere raggiungere livelli medi di spreco alimentare sistemico intorno ad almeno il 15-20%, con una transizione verso sistemi alimentari ecologici, locali, solidali, di piccola scala che dovrebbero diffondersi in modo sempre più capillare”.

Per riuscirci occorre riorganizzare “i sistemi alimentari sulla base di sovranità-autonomie locali tra loro coordinate”. L’obiettivo arrivare a formulare: una stima accurata della produttività primaria e del suo uso alimentare; la riduzione del fabbisogno complessivo, dei surplus totali nella produzione, nella fornitura e nel consumo, riportandoli verso livelli fisiologici di fabbisogno; la prevenzione strutturale di ogni forma di spreco alimentare; un consistente bilanciamento degli impieghi alimentari e nutrizionali tra i diversi paesi e nel loro interno; l’adozione di sistemi alimentari a miglior efficienza ecologica e di diete a basso tenore di grassi insalubri, zuccheri, sale e derivati animali prodotti impiegando una quota minore di risorse già edibili per l’uomo; un’attenta valutazione degli usi industriali-energetici delle risorse edibili; un riduzione della dipendenza dei sistemi alimentari dal commercio internazionale e dal valore finanziario.

Ruolo politico, rilocalizzazione dei sistemi alimentari  e resilienza dei sistemi esistenti gli strumenti per agire.

Print Friendly, PDF & Email