Materiali di sintesi vs naturali: no alle influenze del food & beverage

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La bioarchitettura viene identificata come “ideologia del verde” e distinta dalla disciplina più “anziana” per l’impiego di materiali ecosostenibili. Piero Mariotto Direttore Anfit ci spiega come il settore possa essere “contaminato” dall’eredità di altri ambiti…

Parlando di bioarchitettura pensiamo all’uso di materiali ecocompatibili: ma questi elementi sono effettivamente “green”?

Nel confronto tra materiali di sintesi e materiali esistenti in natura spesso vengono adoperate delle terminologie improprie. Definire un prodotto “naturale” e considerarlo migliore perché apparentemente più rispettoso dell’ambiente costituisce una presunzione che deriva sia dalla scarsa conoscenza della normativa sia dagli strascichi del mondo del food and beverage. Nell’enogastronomia tutto ciò che è biologico è visto come “buono”, il prodotto trattato invece assume il ruolo di “cattivo”. Nel campo dell’edilizia non si possono fare queste generalizzazioni, ma occorre analizzare il ciclo di vita dei materiali per definirne l’impatto ambientale.

Quindi, secondo lei, non è giusto polarizzare le differenze di impiego dei prodotti?

Esatto. Non bisogna demonizzare un prodotto rispetto ad un altro: ognuno ha le proprie peculiarità e le proprie attinenze. Non è un caso che vari protocolli, tra cui l’ITACA, usato a livello nazionale, consentano l’uso di tutti i materiali. I risultati di uno studio condotto dall’associazione tedesca di costruttori, Institut Bauen und Umwelt e.V., che ha messo a confronto gli LCA dei 3 prodotti base (alluminio, legno e PVC) utilizzati per costruire i serramenti, hanno dimostrato che i serramenti in PVC (largamente adoperato in Germania), posti a confronto con quelli in legno e in alluminio, si equivalgono, cioè risultano allineati per quanto riguarda il consumo di energia e le emissioni di CO2; un brutto colpo per il settore delle eco-costruzioni, perché si dimostra che anche un materiale derivante dal petrolio può essere preso in considerazione tenendo conto della sua sostenibilità. Si è anche dimostrato che i tre prodotti non sono confrontabili tra loro, perché ognuno viene adoperato in base ad esigenze distinte e alle possibili collocazioni nell’immobile. Il successo dei materiali plastici è dovuto al fatto che hanno il migliore rapporto qualità prezzo.

Il mercato riesce a seguire le dinamiche che regolano il settore delle costruzioni?

L’entrata di nuovi materiali sul mercato causa sempre tensioni e dinamiche nuove, arrivando a volte a provocare la chiusura – in pochi mesi/anni – di imprese che operavano con materiali tradizionali. Ma nonostante i materiali di sintesi godano di una cattiva reputazione vengono ugualmente adottati dai costruttori per via delle loro ottime prestazioni. È l’applicazione delle normative di tipo ambientale a rappresentare il fattore fondamentale per determinare la scelta dei materiali quantificandone l’impatto ambientale: sì a scelte ragionate in base a precisi criteri, no a scelte emozionali. Con l’adozione del Protocollo ITACA nasceranno nuove figure di professionisti specializzati nel calcolo dell’impatto ambientale, figure professionali certificate che nulla avranno a che vedere con la bioarchitettura, settore NON normato, mentre ITACA è da poco diventata prassi di riferimento UNI.

La tecnologia resta, comunque, un fattore fondamentale per il rafforzamento del comparto?

Esatto. Non bisogna mai dimenticare gli standard qualitativi dei prodotti e, quando si parla di bioarchitettura, è fondamentale essere informati della necessaria manutenzione che questi richiedono. Oggi riceviamo molteplici aiuti dalla tecnologia: la bioclimatica, che non ne disdegna l’uso, è una vera e propria scienza che punta a realizzare edifici termicamente efficienti ma questa, che è un branca distinta dalla bioedilizia, adotta un approccio meno oltranzista nella scelta dei materiali. 

Lei è anche un normatore UNI: come vi state muovendo a livello internazionale per regolare la materia? E quali sono le aspettative future?

Insieme ad UNI stiamo seguendo i lavori che a livello europeo stabiliranno le nuove regole che serviranno alla progettazione e produzione dei nuovi prodotti, analizzandone preventivamente il ciclo di vita (LCA). L’obiettivo è che le aziende, prima di immettere sul mercato un nuovo prodotto ne valutino l’impatto ambientale, anche per non trovarsi a sostenere costi inutili: commercializzare un prodotto con un LCA scadente significa trovarsi in posizione di grande svantaggio rispetto a prodotti migliori. Con queste nuove regole vogliamo determinare il futuro di tutte le tipologie di prodotto, i criteri di costruzione, uso e riciclaggio, in modo da creare un equilibrio tra costruzioni e ambiente.

In allegato EPD Kunststofffenster

Drees Sommer Fassadenstudie 2015

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Ivonne Carpinelli
Giornalista con la passione per l'ambiente e l'energia lavoro con Gruppo Italia Energia dal 2014. Mi occupo anche di mobilità dolce e alternativa, nuove costruzioni, economia circolare, arte e moda sostenibile. Esperta nella gestione dei social network e nel montaggio video non esco mai senza penna, taccuino e... smartphone.