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Festival dell'energia, kermesse di fonti energetiche tra cittadini e imprese

Il festival dell’energia ha rappresentato nel suo insieme una vera kermesse delle fonti energetiche ricca di dati e scenari. Fonti rinnovabili e non hanno espresso le loro ragioni.

L’acqua, il fotovoltaico, incalzati dalle tanto citate pompe di calore, la produzione con termovalorizzatori e lo stesso carbone, ognuna ha avuto il suo spazio. Tutte collegate dal fil rouge dell’efficienza e del rispetto ambientale. Ma come si inseriscono le diverse fonti in un mix energetico vincente? Questa sembra la domanda proposta dal Festival. Qualcosa sfugge, perché da questo mix non riesce a nascere un circolo virtuoso che porti davvero energia e ricchezza al Paese. Per questo è strategico valutare costi e ricadute industriali, come evidenziato da Alessandro Clerici del World Energy Council:  “se l’obbiettivo è la riduzione della CO2 dobbiamo mettere sul tavolo tutte le specifiche che ci aiutano a raggiungerla, valutando al netto degli incentivi quale fonte dia un maggior risultato in tal senso. A volte la fonte meno incentivata è la più performante”. A favore degli incentivi Pier Giorgio Romiti ErreEnergia  che li considera un valore trainante per la domanda del mercato e quindi attrattiva per gli investimenti industriali (vedi intervista video completa).

Il settore idroelettrico è stato oggetto di diverse discussioni; in particolare nell’ultima tavola rotonda “Come l’acqua per l’energiaFlavioSarasino di Federperm ha parlato di prospettive e crescite interessanti per il comparto valutando come dal 2013 al 2020 il mini-idro potrebbe arrivare a crescere da 1.000 ai 1.300 MW, nonostante ci siano diversi punti critici da risolvere, dai deflussi minimi modulati, alla necessità di maggiori certezze ed equilibri rispetto gli incentivi (vedi intervista video completa). Mentre Nando Pasquali del GSE ha sottolineato come il comparto idrico, primo tra le rinnovabili italiane e figlio di del rifiuto dal nucleare, sia sempre un riferimento di eccellenza tecnologica per il Paese "tant'è che sta aumentando il numero degli impianti qualificati".

Rispetto al fotovoltaico, per cui sembra che sotto il profilo incentivi tutto è stato già detto, ci piace sottolineare la tecnologia presentata da CESI nel corso della tavola rotonda “Un futuro rinnovabile è possibile?”. Abbiamo parlato di solare ad alta concentrazione (HCPV) con l’Ing. Francesco Fraisopi “da non confondere con il solare a bassa concentrazione”, sottolinea Fraisopi. “Considerate che la bassa concentrazione concentra la luce da 2 a 10 soli su pannelli tradizionali al silicio, mentre l’alta concentrazione va dai 300 ai 1300 soli su materiali innovativi”. Questa tecnologia supportata da ottiche (lenti o specchi) che concentrano la potenza dei raggi, riesce a sfruttare la forza del sole riducendo la superficie attiva necessaria della celle che può variare  da 1cm per lato fino a 1mm. Inoltre i materiali differenti dal silicio in uso per le celle del fotovoltaico aD ALTA concentrazione sfruttano una maggiore porzione di banda delle radiazioni solari, ovvero produce più elettricità. “Le celle divengono poi parte di sistemi complessi che includono inseguitori solari biassiali per mantenere pannelli sempre perpendicolari ai raggi, condizione necessaria per il funzionamento. La tecnologia spaziale delle celle, di cui è maestra il CESI da 30 anni, fa da padrona, difatti le micro celle sono costituiti da tre strati o giunzioni ognuno sensibile ad una diversa porzione di banda luminosa (composte da Germanio, Arseniuro di Gallio, Arseniuro/Fosfuro di Indio, nuovi materiali sono in studio)”.

Visti i vantaggi in termini di performance, perchè questa tecnologia fatica a prendere piede? Di fatto è un problema di “heritage” e rischio percepito dagli investitori rispetto al costo dell'investimento. La tecnologia e' in uso per impianti a terra da pochi anni, non sufficienti come esempio di affidabilità e durata, rispetto alla storia tangibile del silicio, per cui gli investitori percepiscono un rischio maggiore. Alcuni produttori e sottolineo alcuni, considerato che qualcuno sta cominciando a cambiare registro, viste le maggiori performance richiedono un costo elevato del prodotto finito che gli investitori non sono disposti a pagare”.
Questo costo dipende anche da una scarsa reperibilità delle materie prime? "Le componenti delle celle di cui noi ci occupiamo non sono così scarse e rispondono ad una filiera diversa dal fotovoltaico tradizionale, perché provengono da competenze relative all’ingegneria spaziale. Le altre parti sono legate all’ottica e alla meccanica basica (es. gli inseguitori), come tali, non sono dispendiose. Piuttosto ci sono costi dovuti all’ingegnerizzazione dei sistemi HCPV, nonché al montaggio degli impianti. La storia commerciale da circa metà del decennio precedente ad oggi mostra inoltre come i costi di gestione e manutenzione degli impianti sono comparabili al solare tradizionale Ritengo personalmente che un 10-20% in più rispetto ad investire nel fotovoltaico standard sia il prezzo che possa bilanciare il rischio percepito per rendere competitiva questa tecnologia”.

La domanda centrale della kermesse nasce a seguito dell’intervento di Claudio Galli direttore di Hera Ambiente, il quale ha presentato dati in merito al valore inquinante dei termovalorizzatori da rifiuti; è emerso come l’emissione di diossine nell’ambiente prodotte in Italia (dati del 2008 fonte ISPRA) siano date per lo 0,2% dai termovalorizzatori, mentre l’11% proviene dalla produzione di beni e servizi. Come sappiamo l’Italia esporta rifiuti nel nord Europa che vengono utilizzati  per la produzione di calore, energia elettrica e materiali isolanti edili. "Se consideriamo” ci dice Galli “Come il rendimento medio di un termovalorizzatore di rifiuti in assetto non cogenerativo sia circa 0,73 MWh di energia elettrica per ton di rifiuto trattato, mentre in assetto cogenerativo sia circa 0,41 MWh di energia elettrica e 1,47 MWh di energia termica per ton di rifiuto trattato, potremmo avere interessanti produzioni energetiche. In assetto non cogenerativo 26.300 GWh/a di energia elettrica, mentre in assetto cogenerativo circa 15.000 GWh/a di energia elettrica e 53.000 GWh/a di energia termica, equivalente a oltre 10 miliardi di Smc/anno di gas metano” (il tutto considerando di arrivare a una quota di Raccolta Differenziata del 50%, di termovalorizzare il rimanente 50%, quindi azzerare la quota di RSU in discarica, e di termovalorizzare 20 Mton/a dei Rifiuti Speciali presenti sul territorio Italiano n.d.r.).Non a caso Hera Ambiente ha investito nella valorizzazione di questo asset di produzione energetica. Nella provincia di Bologna e di Ferrara sono operativi termovalorizzatori ed impianti geotermici (vedi l’intervista video allegata a Claudio Galli)

Forse è davvero arrivato il momento di superare il paradosso culturale legato all’eccezionalità delle fonti, valutando come e cosa sia davvero funzionale al sistema Paesee all’ambiente. Ricordiamoci che a oggi gli incentivi, come ha ricordato Nando Pasquali, presidente del GSE, pesano per 9 miliardi di euro a cui si aggiungono i 31 miliardi della bolletta elettrica nazionale. Questo costo, al momento, pesa solo su alcuni contribuenti: “Le nostre aziende perdono competitività e andranno a ricollocarsi all’estero” ci ammonisce Clerici. Di certo il mix energetico sarà possibile e reale solo se produrrà valore per l’intero sistema industriale, dimostrandosi un vantaggio e non un handicap. Ricordiamo infine le parole del Ministro Clini da RIO+20, collegatosi via telefonica in occasione del Festival: "I paesi BRIC non intendono lasciarsi governare facilmente da logiche a protezione del clima, quando questo inficia la competitività industriale". E’ evidente che limitare la nostra industria, senza creare valore e competitività, sia un lusso che non possiamo permetterci.
 

Estratto video della tavola rotonda dedicata al tema dell'idrico