Smart city, poteva essere evitata la tragedia di Genova?

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Non solo tecnologia e infrastrutture.  Un problema di “processo”. Il nuovo numero di e7

L’allerta meteo non ci sta lasciando. Dopo un’estate che ha visto la Capitale più volte allagata, riprendiamo con un autunno difficile nel nord e nel sud Italia. Ma hanno fatto soprattutto scalpore i fatti di Genova, città nota per l’avanzato programma di implementazione della smart city.

Come giustificare una tecnologia che non ha protetto è forse una delle accuse maggiori circolate tra la stampa. Ma noi che ci occupiamo di innovazione quotidianamente vediamo come non sempre l’evoluzione tecnologica e quella culturale e sociale seguano gli stessi ritmi. Possiamo quindi  dire davvero che è tutta colpa della tecnologia o forse il problema è nell’affidarsi fin troppo a dei supporti esterni che ci stanno portando a non ascoltare più il buon senso?

E7, il settimanale di QE, ne ha parlato con Stefano Epifani, docente di social media management.

“Ci sono due considerazioni da fare: una di merito e una di metodo. Di metodo – sottolinea Epifani – perché spostiamo il problema sulla tecnologia, quando in realtà il problema è di processo. Se nessuno segnala alla App che è in corso una emergenza, la tecnologia non attiverà nessun sistema di avviso. È come dire che se una persona prende a martellate in testa un’altra la colpa è del martello… Il danno in questo caso è stato evidente perché, se in una città a rischio crei una falsa consapevolezza, per cui tranquillizzi sull’esistenza di una App che segnala i pericoli, le persone si sentono sicure in quanto non avvisate. Anche commettendo azioni altrimenti imprudenti”.

“In ambito del ‘merito’ la nostra protezione civile è storicamente molto restia a creare processi che coinvolgano in qualche modo i cittadini, terrorizzata di perdere il controllo di processi che tra l’altro gestisce pure male. Viviamo nell’epoca degli user generated content per cui i cittadini potrebbero creare una rete di sensori che generano informazioni”. 

D. Se pensiamo a quanto è accaduto anche a New York, dove l’allerta meteo e le misure di emergenza sono passate ai cittadini tramite Twitter, vista l’impossibilità delle stesse utility locali a inviare un messaggio dai loro servizi, ci rendiamo conto che un processo rigido e verticale non ha la stessa potenza…

R. “Altro strumento usato è stato l’sms broadcast che arriva a tutti i numeri connessi in una determinata zona tramite la cella. Non serve neanche avere i riferimenti dei cellulari connessi. 

D. Nel complesso forse il timore è la gestione del panico e l’eccessivo allarmismo…. 

R. “I meccanismi di allerta dal basso si stanno sperimentando in diverse parti del mondo. Possono essere filtrati e divisi in ufficiali e non. L’importante è dare un messaggio chiaro e definirne l’affidabilità”.

Leggi l’ultimo e7 Smart city, non solo tecnologia e infrastrutture. Si riparte dai cittadini

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