Cina, efficienza e sostenibilità. Come entrare nella “città proibita”

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Molte opportunità per l’industria. Il nuovo numero di e7

L’ accordo di giugno con l’Italia, siglato nell’ambito della collaborazione del comitato intergovernativo al momento della visita in Cina del presidente del Consiglio Matteo Renzi con il ministro dello Sviluppo economico Guidi in Cina , ha individuato cinque parametri di attività su cui l’industria italiana può proporsi al Paese della grande Muraglia e tra queste spicca lo sviluppo di una urbanizzazione sostenibile.

Diverse le eccellenze entrate nel mercato asiatico grazie all’ingegno architettonico nazionale e che stanno portando alla conoscenza dei nuovi clienti innovazione tecnologica e industria made in Italy.

Una opportunità che necessita comunque di una seria preparazione. La “partita” cinese difatti vede in gioco un confronto tra competitor internazionali assieme a differenze culturali notevoli. Come evidenzia nell’intervista di apertura del nuovo numero di e7, il settimanale di QE, Thomas Albert Rosenthal, responsabile sviluppo strategico e relazioni esterne della Fondazione Italia Cina: “Questo è un mercato di grandi opportunità, ma è un mercato difficile. Basti pensare che l’83% delle aziende non vanno a break even prima di tre anni, servono capitali e serve saperli gestire”.

Tra gli errori ricorrenti citati da Rosenthal: non avere un’ idea chiara rispetto  alla “value proposition” dell’impresa, dotarsi di risorse umane  con scarse competenze e prospettive internazionali, poca conoscenza dei supporti organizzativi, come l’agenzia per l’internazionalizzazione oltre alle scarse relazioni delle imprese nazionali che operano a livello mondiale.

D’altronde, come sostiene Massimo Roj, fondatore di Progetto CMR che nella “città proibita” è entrato sin dal 2002: “Grazie a questa opportunità, offerta da fattori contingenti, abbiamo avuto la possibilità di lavorare su scala urbana, progettando da zero e potendo dimostrare al mercato italiano che eravamo in grado di fare questo percorso”.

L’obiettivo è riportare identità urbanistica in una Cina che non ha più una storia tangibile: “Ogni dinastia, come il comunismo, ha raso al suolo  tutto quanto prodotto dalla precedente. Il nostro piccolo sforzo è aiutarli a trovare  una identità locale e regionale, mantenendo un’impronta asiatica -anche cinese- facendogli scoprire il concetto di città, al quale noi cerchiamo di apportare, dove possibile, anche tecnologie e qualità italiana.”

Esportare quindi non solo un progetto, ma l’ “oggetto  finito” tutto made in Italy. Ecco la nuova sfida che efficienza e sostenibilità permettono di intraprendere. All’industria la capacità di coglierla.

Leggi l’ultimo numero di e7 Urbanizzazione sostenibile, opportunità dalla Cina

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