Biomasse, in Thailandia energia dalla tapioca

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La tapioca è un tubero particolarmente diffuso nel Sud-Est asiatico da cui si ricava la nota farina. Meno usuale, ma di prospettiva è il suo impiego a fini energetici.

Un esempio di applicazione arriva dalla Thailandia, dove  SEBIGAS (divisione di EXERGY SpA – Gruppo Industriale Maccaferri) ha sottoscritto un contratto con CCP Group (attivo nel settore agroalimentare) per la realizzazione di un impianto a biogas da 3.1 MWe “in grid-parity”, spiega una nota, alimentato proprio con polpa di tapioca.

La struttura, che sarà pronta per la fine del 2016 ed entrerà in funzione a inizio del 2017, servirà alla produzione e all’autoconsumo dell’energia elettrica necessaria al funzionamento dello stabilimento.

Il progetto, spiega Marco Bonvini, General Manager Sebigas, “è stato per noi una vera sfida tecnologica che ci ha permesso di fare un grande passo avanti e rafforzare la nostra presenza all’estero. In questo caso la scelta di avere un nostro laboratorio interno si è rivelata vincente, garantendoci un vantaggio sui nostri competitor e la possibilità di offrire a CPP Group una soluzione su misura e un risultato soddisfacente in tempi rapidi”.

L’utilizzo della tapioca come biomassa, conclude Bonvini, “apre le porte a nuove applicazioni e nuovi mercati: non solo in Thailandia ma anche in Sud America, dove siamo già attivi da tempo con una nostra sede in Brasile”. Attualmente SEBIGAS conta oltre 64 impianti già realizzati, per un totale di 59 MW installati.

In Thailandia, spiega la società, a differenza di altri Paesi dell’Est asiatico, l’alto costo dell’energia elettrica rende difficile per le aziende locali mantenere prezzi concorrenziali conservando elevati standard qualitativi.

L’impianto che sarà realizzato raccoglierà i residui di lavorazione della tapioca che, attraverso un processo di digestione anaerobica, producono il biogas impiegato per la generazione di energia elettrica. In questo modo, conclude la nota, “CPP Group potrà produrre l’elettricità necessaria per il funzionamento dello stabilimento, attivo in media 300 giorni l’anno su tre turni, grazie a un sottoprodotto considerato finora soltanto uno scarto di produzione da smaltire”.

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