Un extra-incentivo, da sommare agli incentivi previsti per l’installazione di impianti fotovoltaici, rivolto a chi decide di bonificare tetti e coperture in amianto. E’ questo uno degli strumenti di intervento su cui puntare per portare avanti in modo efficace la lotta a questa fibra killer secondo Annalisa Corrado, portavoce di Green Italia e membro del Comitato scientifico di Possibile, che ha lanciato alla fine di marzo su change.org  la petizione #BastaAmianto proprio per chiedere la reintroduzione di questa misura.

Tra i firmatari della petizione la deputata di Leu Rossella Muroni, il presidente di Legambiente Stefano Ciafani, il fondatore di Possibile Giuseppe Civati, Francesco Ferrante e Gianni Silvestrini di Kyoto Club, Giovanni Battista Zorzoli del coordinamento Free (Fonti rinnovabili ed efficienza energetica). Un gruppo eterogeneo e trasversale composto da rappresentanti del mondo politico e delle associazioni che lo scorso 1 agosto ha consegnato le oltre 55 mila firme raccolte al ministro dell’Ambiente Sergio Costa, durante un incontro a cui ha preso parte, tra gli altri, anche il presidente della Commissione Industria del Senato Gianni Girotto (M5S). In quell’occasione il ministro Costa ha annunciato per settembre la creazione di una cabina di regia sulla questione e, insieme al senatore Girotto, l’inserimento della premialità per la bonifica di amianto nel decreto di incentivazione delle fonti rinnovabili elettriche per il 2018-2020, in fase di ultimazione sempre nello stesso mese.

Insieme ad Annalisa Corrado abbiamo approfondito alcuni aspetti legati alla questione amianto e alla petizione. 

Quali sono concretamente i vantaggi legati alla reintroduzione di questo extra-incentivo?

Si tratta di uno strumento già noto agli operatori, che, quando è stato introdotto la prima volta, in 2 anni di applicazione è riuscito a far rimuovere 20 milioni di metri quadri di coperture in fibrocemento amianto. Inoltre la spesa per la nuova copertura si lega a dei costi che, nel corso degli anni, producono un beneficio: la riduzione della bolletta. Questo fa sì che magari nel giro di una decina di anni si riesca a rientrare nell’investimento ottenendo anche un guadagno. In più si sfrutta un incentivo per realizzare un’operazione virtuosa, perché si elimina un materiale killer per introdurre un impianto di produzione di energia pulita, contribuendo anche alla lotta al cambiamento climatico. E’ una situazione virtuosa da più punti di vista.

Nello specifico come dovrebbe strutturarsi concretamente la misura all’interno del decreto ?

Noi abbiamo chiesto di reinserire questo extra – incentivo, che gli operatori aspettano da sei anni, traducendolo nei termini di una priorità. Mi spiego meglio. La bozza del decreto che è circolata prevede aste e registri contingenti. Si fa una domanda e in base a dei criteri di priorità si ottiene l’incentivo. Secondo noi uno dei principali criteri di priorità deve essere la rimozione dell’amianto. In questo modo l’incentivo non andrebbe in via prioritaria agli impianti a terra, ma a quelli da installare sui tetti. E’ una cosa che si potrebbe fare subito, perché il decreto sulle rinnovabili si chiude a settembre. Costa ci ha dato udienza e il senatore Girotto, presidente della Commissione Industria al Senato, che nella passata legislatura aveva già fatto una proposta per la reintroduzione dell’extra incentivo, ci ha dato rassicurazione sul fatto che si dovrebbe riuscire a inserire la misura nel decreto. A questo punto le premesse ci sono tutte, ora bisogna vigilare affinchè le cose vengano fatte presto e bene. Aggiungo infine un altro elemento su cui sarebbe necessario intervenire: le autorizzazioni per gli impianti. Questo potrebbe essere un altro passo importante per bonificare un tetto in amianto e sostituirlo con un impianto fv. La richiesta di autorizzazione attualmente può durare anche un anno. A mio parere invece dovrebbe esserci un semaforo verde per far sì che le procedure vengano gestite nel più breve tempo possibile.

In generale qual è il quadro relativo all’amianto nel nostro Paese?

E’ una situazione disastrosa da tutti i punti di vista. La diffusione sul territorio di questo materiale sotto le sue varie forme è capillare. Si fa fatica a fare delle stime corrette, perché è difficilissimo capire dove ancora si trova. Se in particolare prendiamo in considerazione capannoni industriali, artigianali e agricoli o i tetti delle case, i dati parlano di circa 2 miliardi di metri quadri di questo materiale. Se invece ci riferiamo ai vari manufatti, alle canne fumarie, ai vari cassoni dell’acqua, ai vari elementi di edifici (tra cui scuole, teatri, luoghi pubblici e addirittura ospedali) si parla di un valore compreso tra i 32 e i 40 milioni di tonnellate. Poi ci sono le zone dove erano collocati i siti produttivi di amianto e quelli destinati alla sua lavorazione. Si tratta di circa 75 mila ettari da bonificare. In alcuni posti, come Casale Monferrato uno dei luoghi simbolo di questa tragedia, è stato fatto molto grazie alla coesione e alla caparbietà della comunità locale e delle istituzioni. Tuttavia purtroppo in altri luoghi non è stato fatto assolutamente nulla. 

Inoltre ogni anno si verificano tra le 3 e le 6 mila morti per mesotelioma pleurico, la  principale malattia legata all’amianto, un dato sconcertante se si pensa che non è stato ancora raggiunto il picco massimo (la malattia ci mette molti anni a manifestarsi). A questa situazione si associa anche un problema sociale legato a una giustizia che non arriva. Molti dei principali processi non sono riusciti a ristabilire un principio di giustizia rispetto a chi sapeva e continuava a lucrare; molte cause di lavoratori colpiti (o delle famiglie che restano a combattere dopo i decessi) devono scontrarsi con mille difficoltà perché venga riconosciuta la malattia asbesto-correlata. E’ una situazione drammatica.

Sul fronte smaltimento in particolare qual è la situazione?

Al momento la principale modalità di smaltimento è costituita da particolari tipi di discariche in cui l’amianto viene incapsulato per rendere le fibre meno volatili e poi viene “tombato” (sotterrato secondo una tecnica specifica). In Italia non ci sono abbastanza siti da destinare a queste attività. Fino a poco tempo fa l’amianto veniva portato in Germania facendo salire così i costi, perché oltre alle spese di smaltimento c’erano anche le spese di conferimento ai siti definitivi. Tuttavia bisogna sottolineare che la ricerca sta andando avanti su molti fronti. Nel nostro Paese il CNR, ad esempio, sta lavorando a processi innovativi di trattamento finalizzati a intertizzare definitivamente il materiale, in modo da cristallizzare le fibre e impedirne il rilascio.

Amianto, un approccio poliedrico

Più volte su Canale Energia abbiamo affrontato il tema dell’amianto, un argomento complesso che interseca questioni di natura sanitaria, ambientale e giuridica. Tanti sono i comparti coinvolti e altrettanti sono stati i punti di vista con cui la testata ha declinato l’argomento nei diversi articoli: dai dati dell’osservatorio nazionale amianto all’intervista di approfondimento con Legambiente sul report dell’associazione, fino alle posizioni del ministro dell’ambiente Sergio Costa che, in una delle sue prime uscite ufficiali, ha indicato il tema come una questione chiave da affrontare. L’obiettivo è stato sempre quello di riflettere in maniera olistica e poliedrica sulla portata di un fenomeno con risvolti variegati e sulle soluzioni più efficaci da mettere in campo per cercare di gestirlo. 

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